Vota Antonio Vota Antonio Vota Antonio!!!!

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In questi ultimi giorni prima del voto, molti amici e conoscenti mi hanno chiesto per chi si potesse votare. Inoltre molti candidati mi hanno chiesto più o meno direttamente una mano per promuovere online e offline la propria candidatura alla Camera o al Senato. Ho preferito parlare di calcio e di Raffaella Modugno anche perché è da tempo che vivo un rifiuto profondo per la politica, come un marito deciso a dare il ripudio alla propria moglie per adulterio. Eh già…mi sento molto tradito dalla politica e dagli esponenti politici, ma non per i soliti motivi che ognuno di noi può addurre ( ruberie, incompetenze, privilegi, carriere, soldi) ma perché non riesco proprio a sentire qualcuno che possa eccitarmi il cervello in maniera indicibile. La buona politica è diventata merce rara se non proprio inesistente, un po’ come il pane bianco durante i giorni del razionamento durante la Seconda Guerra Mondiale.

Quel che proprio mi butta giù non è tanto il fatto che la Politica Nazionale non sia in grado di dire nulla a proposito di Sud, ma che politici meridionali non siano in grado di dire nulla che abbia un rilievo nazionale, fatta eccezione per le istanze eterofobiche dell’attuale governatore della Puglia.

 

Di tutto ciò che dovrebbe riguardare la vera politica ( infrastrutture, sviluppo e regolamentazione dei mercati, diritti dell’infanzia, diritti delle famiglie, sicurezza, legalità) da Sud nessuna proposta. Del resto è da anni ormai che nei governi di Centro Destra e di Centro Sinistra non si ricordi un ministero chiave retto da un ministro del sud, capace di dare una seria impostazione meridionalista. Del resto Monti è di Varese, Berlusconi di Milano, Bersani di Piacenza, Giannino di Torino, Grillo di Genova e Magdi Cristiano Allam dell’Egitto.

 

Ma davvero questi instancabili mangiatori di polenta sanno qualcosa di Sud, che non sia il falso ufficio postale di Santa Maria di Castellabate? Ma questo in fin dei conti non importa. Negli ultimi decenni non sono stato sorpreso dalla Lega Nord, quanto dall’inefficacia e dalla totale inadeguatezza della politica meridionale, fatta eccezione per qualche imbarazzante trovate Pinodanielana in salsa antileghista. Sembra finita anche quella spinta alla revisione storica e culturale che Pino Aprile ha dato, in concomitanza con il revival meridionalista in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Ma si sa: le mode finiscono. Il meridionalismo dal 2011 in poi è assomigliato più ad una trasmissione del sabato sera condotta da Carlo Conti piuttosto che ad una seria occasione di riflessione e riconciliazione nazionale. Ci è mancato un Nelson Mandela o, meno poeticamente e più semplicemente, un Ciriaco De Mita capace di comunicare con Twitter e farsi capire in 140 caratteri. Manco un Capo dello Stato autorevole, progressista, antifascista di Napoli è riuscito a dare al meridionalismo una chiave moderna ed attuale. Ma da tempo il paziente è morto e ci ostiniamo a voler credere che sia ancora vivo. Ed il paziente è il popolo meridionale. Forse 14186373 meridionali sono troppi per considerarli un unicum, forse 6 regioni, 24 province e 1790 comuni sono troppi per pensare ad una istanza culturale, sociale, politica capace di risolvere davvero non dico i problemi di tutti, ma quanto meno di indirizzare i problemi verso la giusta direzione per la loro definitiva risoluzione.

Tutti a coltivar minuscoli orti o a celebrar le glorie di piccoli mondi antichi: eppure Internet più o meno funziona ovunque, la televisione la vediamo tutti, all’università siamo andati un po’ tutti ai quattro angoli d’Europa. Ma comunque il Sud non decolla. Precisamente dobbiamo dire che il Sud non entusiasma, non importa a nessuno e men che meno ai meridionali.

Siamo stati educati a sopportare che le previsioni Meteo di Mediaset arrivino a Casalpusterlengo, a provare l’orgasmo per i sentimenti della rassegnazione e della sudditanza, per la condizione di povertà materiale e spirituale, preferendo ancora oggi emigrare per andare a fare il carabiniere a Sesto Calende, piuttosto che promuovere l’olio di Ravece di Ariano a Desenzano del Garda.

Questa sudditanza psicologica ci avvolge da sempre e mai riusciamo a venirne fuori. Ma perché?

  • Perché deve venire Samorì da Modena per andare a fare il consigliere regionale a Napoli?
  • Non sono capace di prendere i voti da solo?
  • Perché la mia proposta culturale in quanto uomo politico non è in grado di creare seguito , ma tutt’al più un consenso fittizio basato sul soddisfacimento dei bisogni primari delle persone?

Per fortuna che soldi pubblici non ce ne sono più e quell’epoca di essere meridionali e di “Fare Sud” è finita per sempre.

Al Sud c’è bisogno dell’intraprendenza dei suoi cittadini ognuno nella sua singolarità e specificità, e la capacità dei politici di interpretare al meglio il proprio ruolo in chiave contemporanea. Il politico deve sempre più somigliare ad una sorta di “imprenditore sociale” capace quindi non tanto di fare le cose, ma di mettere in condizione le persone di DARE il meglio, in termini di creatività, di contributo al benessere sociale, di lavoro, di ricchezza prodotta, di stile e qualità di vita.

Nelle nostre realtà locali, ma penso che altrove al Sud non sia tanto diverso, i tanti candidati sono come personaggi in cerca di stipendio, perché in fondo senza fissa occupazione e con famiglie da campare. Più che imprenditori sociali sono PRENDITORI…

E purtroppo sono ancora molti gli amministratori locali capaci di prostituirsi al cospetto del popolo in cambio di un aumento di stipendio, necessario per comprare l’ultimo modello di scopa elettrica vista alla televendita in TV.

Ad onor del vero qualche politico locale che si è distinto in termini non negativi, ma che non ho mai votato, c’è stato. Qualcuno che, sfruttando leggi e conoscenze, è riuscito a fare qualcosa di visibile per il territorio, anche se non apprezzato o accettato da tutti. Ma siamo al Sud ed il nostro tumore che purtroppo non ci uccide ( sarebbe comunque preferibile morire) è rappresentato dalla nostra incapacità di ricercarci fra di noi con amore per stare bene insieme come comunità. Al di là di differenze e contrapposte ideologie o interessi.

Le comunità sono morte non per l’abuso di alcol o l’assenza di lavoro, ma perché in fondo ci stiamo tutti sulle scatole a vicenda, con l’aggravante dei futili motivi. Ho apprezzato in tempi non sospetti l’iniziativa di questo politico locale, apprezzando la sua macchina organizzativa molto rodata ed efficiente. Un po’ meno i suoi collaboratori, tutti presi da uno scioccante servilismo al confine con la predisposizione al lecchinaggio, spesso sprofondando nel culto della personalità manco fossimo di fronte ad Adolf Hitler, Pol Pot o Khomeini.

Grazie a questa appartenenza coltivata ciecamente negli anni, molti sono riusciti anche nel tentativo di intraprendere una carriera come amministratore locale, pur ignorando la differenza fra un condizionale ed un congiuntivo, o fra prassi amministrativa e ruolo strategico delle istituzioni locali.

A quasi 40 anni, devo ricredermi sui politici locali e condannare senza appello gli elettori. Il politico fa in fondo bene il suo mestiere, come un redivivo Giucas Casella capace di abbindolare il popolo fin “quando lo dico io”. E’ il popolo bue che assomiglia sempre più a quei vecchi pensionati capaci solo di manovrare il telecomando facendo zapping fra una prova del cuoco ed una puntata di Sanremo confusa per la finale di X-Factor.

Il consenso negli ultimi 20 anni al Sud è stato basato sulle istanze del popolo, che aveva necessità di panem et circenses, piuttosto che sul confronto razionale ed onesto intellettualmente fra persone serie, colte e preparate. Quel tempo è finito perché ad ognuno di noi finalmente è chiesto di DOVER SAPERE. Di saper configurare una SIM, piuttosto che di saper fare un back-up, di saper leggere il Financial Times, piuttosto che saper mandare una email, di saper interpretare la storia così come di sapere pensare seriamente al presente per un meno grigio futuro. Al politico locale, con legittima aspirazione a responsabilità regionali nazionali o europee, è chiesto di svolgere al meglio un compito preciso. Non tanto di valorizzare le risorse del territorio, quanto le RISORSE UMANE del territorio. Così come la Ravece non è di destra o di sinistra, così anche il professionista non è di destra o di sinistra, e come tale valorizzato ed apprezzato. Non c’è più tempo per la politica che escluda ma per la politica che includa. Che includa non solo persone, ma soprattutto competenze, indipendentemente dal colore politico o dalla storia personale di chi le detiene. La politica come il consenso elettorale non deve più essere espresso in base ad un’appartenenza, ma piuttosto ad un insieme di capacità tecniche ed umane. Come la sposa vuole essere liberamente soddisfatta dallo sposo, così il cittadino vuole essere liberamente rappresentato dal politico capace di soddisfare non solo i suoi BISOGNI PRIMARI, ma soprattutto i suoi bisogni più alti di appartenenza ai propri luoghi, alla propria storia, alle proprie tradizioni, alle proprie legittime soddisfazioni. Sia che si viva a Milano, sia che si viva ad Ariano Irpino.

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Per concludere: per chi votare? Per chi vi fornisce l’impressione di comprendere i problemi e di fornire un’adeguata soluzione. Nessuno quindi?

Vedo in giro in fondo tante persone di buona volontà: non sarei così disperato. In fondo la politica può poco e potrà sempre meno. A noi l’arduo compito di dare il meglio di noi stessi per le nostre vite e per quelle delle nostre famiglie e dei nostri amici.

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6 Responses to “Vota Antonio Vota Antonio Vota Antonio!!!!”

  1. Antonio Romano Says:

    Grazie al Dottor Giovanni Capone, per la sua bella telefonata di feedback ad un mio precedente articolo al vetriolo su Bersani e per i preziosi consigli di stile. Grazie di cuore!!!

  2. Antonio Romano Says:

    Grazie anche a Franco Lo Conte, che ha avuto il piacere di citarmi in un suo pubblico intervento. Spero che possa nascere una seria e costante riflessione sui nostri destini, per far si che si passi delle chiacchiere della politica alla concretezza delle belle azioni quotidiane.

  3. Anonymous Says:

    Ciao Antonio,
    Complimentandomi per il post ti ho inviato un allegato con una relazione utile a verificare la produttività dei ns cari Parlamentari.
    Raf

  4. Luigi D'Agostino Says:

    Bene Antonio, complimenti come al solito!

    Mi piace evidenziare 2 punti in particolare del tuo testo:
    – l’opinione riguardo il ruolo del politico moderno: deve essere, secondo me, un focal point per l’incontro delle migliori competenze ed esperienze territoriali nell’ottica di una programmazione e visione del futuro della comunità con relativo piano di infrastrutture materiali ed immateriali che consentano la nascita e lo sviluppo di iniziative imprenditoriali, locali o di importazione;

    – i meriti del “politico locale” che, pur con le critiche per i suoi “primi e secondi livelli”, ha, comunque, avuto la visione e la lungimiranza per costruire qualcosa di concreto sul territorio, in un settore moderno, innovativo e su frontiera tecnologica (se ho ben inteso a chi/cosa ti riferissi!); ad altri, ahimè, il compito di non distruggere quanto di bene realizzato ed, anzi, provare ad espandere.

    Un abbraccio
    luigi

  5. Anonymous Says:

    Caro Antonio, condivido il tuo pensiero sulla necessità di una maggiore intraprendenza dei cittadini e sul ruolo che ciascun politico dovrebbe avere, quello di “imprenditore sociale”. Figura diventata quasi utopistica nelle nostre zone. Ma ciò che più lede allo sviluppo del territorio è l’assenza di un dibattito “razionale ed onesto intellettualmente fra persone serie, colte e preparate”. Il confronto è sempre stato il sale della democrazia. Nel farsi la guerra ci rimette solo l’intera Comunità.
    Con stima,
    Mario

  6. Nicola Prebenna Says:

    Salve Antonio!
    La tua corposa riflessione richiede una lettura molto più attenta di quella che mi è stato possibile fare ora; non potranno, perciò, le brevi note presenti avere la presunzione di un commento adeguato. Le tue considerazioni sono molto azzeccate, specie per quanto attiene alla pars destruens; le prospettive si complicano quando bisogna metter mano alla pars construens. Ecco alcune, brevi notazioni: 1) sai bene che la politica è l’arte del possibile e, con tutti gli sforzi forniti, non riesce e non riuscirà mai a darci la società senza problemi; occorre accontentarsi del male minore e, per converso, del bene maggiore; 2) dovrebbe, chi si candida ad esercitare ruoli rappresentativi, disporre di una solida eticità, per cui la prospettiva del bene comune dovrebbe figurare al primo posto; non è facile riconoscere chi disponga di tale patrimonio. Anche a questo proposito, dovendo eticamente ciascuno assumersi delle responsabilità, non resta che intravedere il male minore, e adottarlo. 3) La politica, oltre ad essere studio, conoscenza dei problemi, individuazione delle migliori soluzioni – ma ad ognuno la propria risulta la migliore – è capacità di persuasione, di coinvolgimento al punto che le soluzioni individuate risultino condivise e realizzate con il concorso dei più. 4) Sai bene che le tecniche e gli strumenti di persuasione sono tanti, alcuni correttamente messi in atto, altri più subdolamente sorretti da capacità manipolative per cui è lecito nutrire dubbi sulla reale capacità di condivisione. 5) Potrrei ancora sfilare il rosario, ma per questa veloce occasione di confronto è utile e importante ribadire, come tu fai, che gli slogan non risolvono i problemi, che hanno invece bisogno di studio, di energie e di volontà, correttamente orientati e doverosamente sostenuti dall’adesione forte al principio che la ricerca disinteressata del bene comune deve essere il paradigma al quale deve legare il proprio impegno chi aspira a ricoprire incarichi istituzionali. Vale a questo punto la constatazione che, dovendo esprimersi, sulla scorta di valutazioni il più possibile dettate da onestà intellettuale e da dignitosa libertà, ciascuno orienti il proprio contributo verso soluzioni ritenute in linea con i propri convincimenti. Sarà la soluzione migliore? Manzonianamente, “ai posteri l’ardua sentenza”. Convinto di avere solo disseminato qualche ulteriore spunto di riflessione, molto cordialmente ti saluto: Nicola

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