Appello agli arianesi di Buona Volontà

In questa epoca di deterritorializzazione dello spazio economico e politico, c’è ancora chi sente l’esigenza di pensare al proprio territorio come elemento vitale per la propria esistenza.

Non sono dei retrò o dei nostalgici ma degli intellettuali e delle persone libere che pensano al territorio in termini di contendibilità e di accesso, piuttosto che di materialità e fisicità.

Lo sanno bene i Signori della Monnezza che pensano all’Irpinia come territorio contendibile per i loro loschi affari. Lo sanno meno ad esempio gli arianesi che, per storia cultura tradizioni, devono riprendere in mano la propria identità e lavorare ciascuno per attirare ognuno nel proprio ambito e nella propria professione le migliori risorse disponibili per far si che il Tricolle diventi il posto bello che i miei amici esperti di Storia Locale sanno. Cosa bisogna fare perché il professor Marco Romano dell’Università di Milano venga più spesso nella Libreria Guida di Dino Ciccone?

Cosa possiamo fare perché Emilio Rigatti passi più spesso in bici per Ariano, magari con Paolo Rumiz ed altri intellettuali? Cosa fare per far si che questa isola di terra nel territorio subdauno che è poi Ariano ( né Irpino né di Puglia) possa uscire dall’isolamento. Cosa fare per far si che si possa recuperare quel po’ di patrimonio storico, culturale, urbanistico che esiste comunque ad Ariano?

Mi appello alla sensibilità di Cesare De Padua, di Pasquale Giardino, di Emilio Chianca, di Dino Ciccone, di Antonio Rubino, di Marco Ciano, di Francesco Fodarella. Cosa proponete per far si che in maggior numero di persone possibile conosca Ariano e le sue tradizioni?

Conosco la vostra cultura e la vostra sensibilità. Senza riferirsi all’iniziativa politica, cosa la nostra libera iniziativa privata può determinare sul nostro territorio nei prossimi 15/20 anni? O dobbiamo sempre stare alle grazie dei signorotti locali che pensano di avercelo più grosso degli altri?

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8 Responses to “Appello agli arianesi di Buona Volontà”

  1. emiliorex Says:

    Io penso che siano maturi , anzi marci ,i tempi per scrollarci di dosso l’atavica abulìa ,che ci h portato ad essere ricettacolo di “monnezza” nell’accezione del termine che risulta chiara nel mio articolo inviato a tutti i direttori dei quotidiani italiani e che non ho avuto l’onore di vedere pubblicato. La monnezza di cui parlo non è la spazzatura, ma la intera classe politica regionale e locale, che ha ridotto la nostra terra ad immondezzaio nazionale.
    Io penso anche che molte opportunità siano ancora da cogliere e molte speranze da coltivare.
    Per quanto concerne il recupero di quelle condizioni e di quella storia architettonica che una torma di tecnici sciacalli ha provveduto a spolpare, mi viene innanzitutto alla mente l’idea di salvare il nostro castello dalle grinfie dei progettisti e dei loro riferimenti politici, oltre che l’utopica speranza di vederlo emergere dal degrado e dalla foresta di cemento che lo opprime. Io abbatterei tutte le case circostanti e soprattutto il palazzo Delle Monache , dopo averlo evidentemente espropriato e sufficientemente pagato ai proprietari. Non c’è prezzo che non si possa sostenere, da Arianesi, per ritrovare il simbolo della nostra identità e della nostra indipendenza, che nei secoli ha resistito a Ruggero II, a Masaniello ed ora non resiste all’attacco di qualche architetto o di qualche ingegnere.

  2. Cesare Says:

    Le difficoltà di salvare il salvabile, ammesso che esista ancora, in città e dintorni, alcunché da salvare, spostano almeno in parte il problema su che cosa fare per ripristinare, per quanto possibile, ciò che era. Non nel senso di creare fabbrichette cementizie che scimmiottino quel che non c’è più, ma in quello meno complicato di togliere di mezzo costruzioni vergognose. Sicuramente il verbo ripristinare viaggia insieme al verbo demolire, così caro agli sventratori ma, per una volta, foriero d’interessanti effetti. L’immondo Palazzo degli Uffici, forse al primo posto nella classifica delle brutture da sbancare, retrocede per forza di cose dinanzi alla necessità di recuperare prospettive degne per il castello, che sta indegnamente finendo (come qualsiasi altra cosa notevole della città, ma con l’aggravante di esserne il simbolo stesso); è questa circostanza che proietta prepotentemente al primo posto il palazzo delle Monache. Sgombrato il colle dalla grande fabbrica (ovviamente seguendo l’iter appropriato, come suggerisce emiliorex), non solo si ridarebbe respiro e visibilità al castello (o a ciò che ne resterà), con vantaggio anche del castellano di turno, ma si aprirebbe uno spazio che è naturale belvedere, frequentabile nelle tiepide ore serali dell’estate arianese dagli anziani residenti, che tra qualche anno saranno la totalità della popolazione locale. Tra l’altro, il futuribile belvedere si aprirebbe sugli orizzonti meridionali, allo stato ancora risparmiati dai colli artificiali della monnezza, con ulteriore sollievo degli spettatori (è ben vero, tuttavia, che non bisogna porre limiti ottimistici alla provvidenza della spazzatura).

  3. ANTONIO RUBINO Says:

    Penso che lo scempio non sia soltanto il palazzo delle Monache e riguardi un po’ tutto il territorio circostante l’attuale villa.
    In particolare ,” VILLA FRANZA” ,a seguire gli edifici del DISTRETTO SANITARIO, del COMUNE e INPS, e anche quello della “banca popolare dell’irpinia.
    Tutto cio’in una prospettiva ad ampio raggio che vede di nuovo un fac-simile
    di quello che fu il castello con la sua villa;
    E’ inconcepibile avere una villa “AFFOGATA” per una selvaggia e brutale espansione del cemento che torna utile solo ad alcuni.

  4. pasquale giardino Says:

    Io penso che si dovrebbe creare una vera e propria associazione per lo sviluppo economico e dell’edilizia che si faccia carico di individuare, caldeggiare e sponsorizzare le prossime demolizioni.
    Non ci accontentiamo del solo Giorgione!
    Aria! Via gli edifici che danno fastidio!

    Associazione “Enzo Aliperta” per lo sviluppo dell’edilizia.

  5. emiliorex Says:

    Davvero interessante l’idea di rendere l’abbattimento selvaggio una prerogativa ufficiale delle Istituzioni, poichè finora i vantaggi degli scempi sono andati sempre ai privati. Questo perchè l’idea del recupero funzionale di edifici storici ed architettonicamente validi è ancora in via sperimentale, ad Ariano! L’idea di dedicare l’associazione ad un simbolo di tale logica è molto bella!

  6. marco_ciano Says:

    Possiamo anche pensare di abbattere qualche scempio, ma in assenza di un comune senso di appartenenza servirà a ben poco.
    Antonio ti risponderò con calma nei prossimi giorni; sono rientrato ad Ariano da qualche ora.
    A presto,
    Marco

  7. Giuseppe Ciasullo Says:

    governo delle trasformazioni territoriali…

    più comunemente conosciuta come pianificazione urbanistica…

    è dal 1973 che Ariano Irpino è in attesa di un piano regolatore generale (PRG) nel frattempo ha mutato anche sigla e nome in piano urbanistico comunale (PUC)…

    le varie amministrazioni che si sono succedute alla guida di questo paese sono sempre “crollate” alla vigilia dell’approvazione dei su detti piani di governo urbano….

    l’attuale amministrazione???
    facciamo retorica??? non credo di averne i titoli!!!

  8. Fabio Gambacorta Says:

    Interessante trhead. Ancora più interessante è la semplicità con cui si pensa di abbattere, da quanto si evince dai post, metà di uno dei tre colli arianesi. Premetto che sarebbe affascinante rivedere il castello nella sua interezza: un sogno che mi accompagna da bambino, tanto gradevole ma quanto utopico. Tuttavia non si può vivere di sogni. Rincorrere la tradizione è legittimo, scavare nella propria storia aiuta inoppugnabilmente a conoscere le proprie radici, ma trincerarsi dietro l’alibi del passato irrecuperabile, a volte non aiuta la ricerca del futuro.
    Concentrare le menti esclusivamente nel recupero morboso dei pezzi della storia, pensando sia l’unica risorsa che possa in qualche modo far rialzare le sorti arianesi, ostacola l’idea dell’innovazione, una delle colonne portanti dello sviluppo.
    Sarebbe bene trovare un equilibrio tra la ricerca del passato e quella del futuro, farle camminare fianco a fianco.
    Sarebbe grandioso unire le forze per salvare la nostra struttura ospedaliera, ormai diventata esclusivamente un’ubicazione per infermieri che ciondolano a pagamento.
    Occorrerebbe concentrarsi inoltre nella regolarizzazione dei marchi che contraddistinguono le nostre manifatture e prodotti alimentari tipici.
    Insomma una buona innovazione determinerebbe un’economia più stabile e, di conseguenza, maggiori fondi per un restauro del passato.
    Bisognerebbe tenere congelate per il momento le tradizioni, cercando di non distruggere ulteriormente i nostri pochi tesori storici, per ritornarci in un secondo momento, dopo una situazione economica stabile.

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