Santa Sede e Globalizzazione

Leggo con interesse l’articolo del Corriere a proposito delle riflessioni di Benedetto XVI sulla globalizzazione.

Sapete che sono un Ratzinger Boy ma anche un amante della globalizzazione. Non condivido l’approccio usato da Sua Santità e cerco di argomentare. Uno stralcio dall’articolo del Corriere della Sera on line:

Nel mondo globalizzato si è accentuata l’ingiusta divisione dei beni, sostiene Benedetto XVI. «Anche oggi – dice il Papa – resta vero quanto diceva il profeta: nebbia fitta avvolge le nazioni. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro». Nell’omelia della messa dell’Epifania celebrata con grande solennità in San Pietro, Papa Ratzinger rileva che «i conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale. C’è bisogno – afferma – di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti».

Il Papa ed i suoi consiglieri pensano ancora che le differenze nella ricchezza delle nazioni siano imputabili a differenze nelle dotazioni dei fattori e nelle lotte che si fanno per accaparrarsi le risorse scarse. Questo è vero ma vale fino ad un certo punto. La differenza nei redditi fra le nazioni, secondo studi econometrici e approcci teorici sviluppati dagli esperti di Economia Internazionale, sono imputabili a diverse produttività del fattore lavoro e a diverse intensità di investimenti procapite. Investimenti non solo in Capitale Fisico ma in special modo in quello che generalmente viene definito Capitale Umano. Per Capitale Umano non si intende solo il livello di scolarizzazione ma anche il livello medio di skills professionali detenuti dai lavoratori. Le ultime tendenze negli studi degli ultimi anni individuano nelle diverse dotazioni relative di lavoro qualificato, le diversità nei salari e nelle qualità della vita che ne derivano.

Fin quanto si utilizza un approccio ideologizzato ai problemi degli squilibri mondiali, piuttosto che un approccio scientifico, pochi passi saranno fatti per vivere in un mondo più giusto.

Un mondo più giusto è un mondo dove i paesi ricchi rinunciano volontariamente a produzioni nazionali per favorire l’industrializzazione e l’alfabetizzazione professionale di aree disagiate. Il libero mercato è in grado di raggiungere questo obiettivo di redistribuzione della produzione e del reddito? Forse no: quel che appare quello che in Politica Economica si chiama Fallimento di Mercato da quali istituzioni pubbliche sovranazionali ( e non internazionali) può essere risolto? Quale approccio di Equilibrio Economico Generale deve essere utilizzato per poter definire in maniera rigorosa l’analisi del problema. Per la soluzione vi invito ad interpellare il Premio Nobel per l’economia del 2340.

Un mondo giusto è un mondo dove non ci siano pressioni demografiche come quelle che si registrano nei paesi in via di sviluppo. Serve una politica contraccettiva ma serve anche delle politiche scolastiche che aiutino le donne ad uscire da uno stato di relativa ignoranza. (Leggi “Globalizzazione e Libertà” di Amartya Sen). Vaticano Al quaeda BuUSA sh seduti ad un tavolo sarebbero in grado di discutere serenamente? Ho i miei dubbi….

Un mondo più giusto non è solo un mondo più alfabetizzato ma soprattutto un mondo dove i lavoratori siano qualificati e dove il processo di formazione sia permanente lungo tutta la vita professionale. Cosa ne pensa il movimento sindacale del fatto che i lavoratori debbano continuamente istruirsi ed emanciparsi? Forse non vogliono perdere i propri clienti i sindacati.

Un mondo globale è un mondo più complesso rispetto a quello del ‘900 ed il suo governo necessita di strumenti e approcci mentali più articolati e complessi rispetto alla tediosa, cancerogena,sterile contrapposizione fra si-global e no-global. Riusciamo a far sedere allo stesso tavolo i Banchieri Centrali ed i reduci di Seattle?

Vi consiglio la lettura di questo libro:

Barba Navaretti- Venables: Le multinazionali nell’economia mondiale. Il Mulino Editori € 18.50

Una sintesi ed un riepilogo degli sviluppi negli studi di Teoria degli Investimenti Internazionali e nei lavori statistici ed econometrici sulle evidenze empiriche e sulle verità spesso controintuitive su una materia delicata come questa branca dell’Economia Internazionale.

Per un manuale di Teoria del Commercio Internazionale consiglio il sempre mitico

Economia internazionale- Paul Krugman €31

In economia non serve l’ideologia o l’invettiva, serve la Ricerca Scientifica e la serenità negli studi.

Soprattutto la condivisione degli argomenti. Ma spesso il conflitto fra economisti assomiglia al responso di due medici diversi. Uno dice che il paziente ha il raffreddore un altro che ha il tumore ai polmoni.

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5 Responses to “Santa Sede e Globalizzazione”

  1. d.cambria Says:

    Condivido perfettamente l’analisi del paap; sembra, dai suoi ultimi interventi, che abbia letto il mio libro; figuriamoci quando l’avrà letto per davvero!!!
    cambriua

  2. r.castagnozzi Says:

    Sul significato di globalizzazione si è scritto e si continua a scrivere molto. Penso che non abbia senso essere contrari o favorevoli alla globalizzazione: la questione andrebbe spostata sulla comprensione del fenomeno al fine di giocarvi ciascuno la propria piccola parte. Paradossalmente, la dilatazione dei confini, uno degli effetti più evidenti della globalizzazione, allunga le potenzialità relazionali sia delle imprese che dei territori. Si tratta allora di un’ opportunità, di un fenomeno che potenzialmente dovrebbe ridurre la polarizzazione tra le aree sviluppate ed i territori interni:
    le tecnologie di rete consentono sia alle piccole imprese che alle aree interne di esplodere con le proprie specificità su mercati e scenari prima inaccessibili. Bisogna imparare ad utilizzare la cassetta degli attrezzi da lavoro che il 2008 ci offre.
    Chiedo ai nostri dipendenti della politica: state lavorando alla creazione di modelli di sviluppo locale in grado di far fronte alle nuove sfide competitive? state lavorando per noi!!!siamo nel 2008 no!!!! il papa sarà contento se gli dimostrate entro il 2013 che aveva torto!!!!

  3. emiliorex Says:

    Non sono un esperto di politica economica, forse non lo sono anche di problemi legti allo svliluppo, ma esprimo la mia condivisione dell’analisi da te fatta, caro Antonio, pur ritenendo che ,anche seduti ad un tavolo, i responsabili economici e politici del mondo, non potranno fare molto senza che il mondo non cambi obiettivo, passando da uno sviluppo accelerato e selvggio ad uno sviluppo lento, consapevole e rispettoso dell’uomo. non so se questo sia possibile. Forse dipende anche da me.

  4. Antonio Romano Says:

    Professore Chianca,
    sei il solito mito: sei uno dei motivi che mi spinge a rimanere ad Ariano.
    Certo se stessi a Londra continuerei a scrivere e leggere i tuoi commenti, ma vuoi mettere la possibilità di discutere davanti ad una birra al Bar Irpinia?
    Siamo dei pensatori, abitanti di quella che Franco Arminio chiama ” la terra pensosa: questa è la nostra specificità, per rispondere all’amico Castagnozzi, che dovremmo esportare nel mondo. grazie ragazzi per i vostri commenti.

  5. r.castagnozzi Says:

    Caro antonio siamo un popolo di pensatori che ha perso la capacità di saper far fruttare i prodotti creati dall’arte dello zappare. Pensare, pianificare e zappare questo dobbiamo fare se vogliamo crescere. Ma ci dobbiamo muovere, ci dobbiamo far sentire, il rischio è quello di trasformarci “da terra pensosa” a “terra cu li pensieri” per poi finire a “terra dove nun ci stanno più pensatori e pinsieri”. In questa terra ” li pensatori ” dovrebbero alimentare la meritocrazia, qua, invece, i migliori sono costretti ad emigrare (tu sei stato uno di questi). Ariano irpino ed in genere tutta l’irpinia si caraterizza per livelli di mobilità sociale tra i più bassi in Italia: ragazzi che hanno teoricamente lo stesso livello di educazione hanno chances diseguali proprio a causa del diverso background familiare. Qua si finisce che il figlio laureato dell’operaio continua a fare l’operaio ed il figlio dell’ingegnere continua a fare la professione del padre che a sua volta era quella del nonno. La meritocrazia deve essere aiutata ad esprimersi, a monte di tutto c’è un problema di selezione meritocratica: occorre rompere definitivamente le logiche cooptative innervate nella società arianese. Ciò conduce ad una disuguaglianza in termini di possibilità di rimanere sul territorio, perchè se ne devono andare quelli che ha parità di titolo di studio non sono inseriti in background familiari borghesi? promuove sviluppo questo? nobilità la nostra terra? questa caro anto è un altra nostra specificità che esporterei volentieri e che in passato penso ti abbia costretto a scappare dalla ns terra

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